numero 24 - giugno 2015  

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PAROLA E VITA

Nutrire una vita degna

di: Bruno Secondin, ocarm
     bsecondin@virgilio.it

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Possiamo chiamarle “prove di futuro”: sono le kermesse che ogni cinque anni si svolgono nel mondo e vanno sotto il nome di “EXPO”. All’inizio di maggio si è aperta quella di Milano e rimarrà aperta fino in autunno. È un evento di enorme portata come scambio culturale, ma anche come occasione per riflettere insieme su questioni vitali per l’umanità. Questa volta il tema guida - “Nutrire il pianeta - Energie per la vita” - ha particolare relazione anche con la fede cristiana e la spiritualità.
Il cibo ha a che fare con il senso stesso della vita, con il senso di appartenenza, con la dignità della persona, con la festa e la gioia. In ogni religione questo tema ha una centralità evidente per una molteplicità di ragioni, anche secondo il contesto di vita della gente concreta. Nella Bibbia il mangiare e lo stare a tavola, trovare cibo e non trovarlo, preoccuparsi della fame o provare sazietà, digiunare o condividere la mensa, implorare la fertilità della terra o preparare il pasto ringraziando il cielo, ecc. sono temi molto frequenti.
Per la coscienza ecclesiale l’emergenza fame, non in astratto, ma soprattutto davanti ai “volti degli affamati”, è un tormento: una inquietudine con una duplice facciata. Da una parte quasi un miliardo di persone che vivono una fame endemica, senza risorse né futuro. E la coscienza dei cristiani non può far finta di nulla. Dall’altra lo spreco insensato di cibo e risorse, il comportamento accaparratore delle multinazionali, lo sfruttamento commerciale e di rapina della biodiversità. Gli scandali alimentari sono numerosi.

Cibo che nutre e vita buona
“Dacci oggi il pane quotidiano…”, diciamo nella preghiera fondamentale, che è il Pater noster. Forse lo diciamo senza renderci conto che una simile richiesta - tanto materiale e concreta, dentro la sublime preghiera - fa parte della storia della rivelazione. Il cibo nella sua varietà di risorse e modalità di realizzarsi è uno dei grandi veicoli del dialogo di Dio con l’umanità. Fin dalle prime pagine della Bibbia si parla di nutrimento: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino…” (Gen 2,16; cf. Gen 1,29). E quando i progenitori disobbediscono al Creatore mangiando dell’albero della vita, la condanna per Adamo sarà: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane…” (Gen 3,19). Dopo il diluvio, Dio rinnova il dono della natura per nutrimento: “Ogni essere che striscia e ha vita vi servirà di cibo” (Gen 9,3).
Da queste suggestioni delle origini si sono sviluppate una serie di interpretazioni: sia la gioia del nutrirsi, in particolare insieme, sia la fecondità della terra, la varietà degli animali con cui cibarsi. Sia l’avvertimento contro l’eccesso di golosità, la mancanza di sobrietà, l’abuso irresponsabile delle risorse che porta alla miseria, o anche all’egoismo del lusso sfacciato (Am 6,4), fino allo sfruttamento dei poveri (Pr 6,4), dimenticando che ogni nutrimento è dono di Dio. Ma esiste anche la sapienza dell’equilibrio: “È meglio un piatto di verdura con l’amore che un bue grasso con odio” (Pr 15,17). I grandi eventi della storia della salvezza sono connotati da pasti sacri, da soccorsi straordinari di Dio, come la “manna dal cielo (Es 16,4), le quaglie, l’acqua dalla roccia, la pioggia e la rugiada, ecc. La tradizione di offrire sacrifici, dei pasti sacri, e in particolare per gli Israeliti l’offerta delle primizie (Dt 26, 1-11), servivano a conservare la coscienza di essere oggetto della provvidenza divina, sempre.

Gesù offre se stesso come “pane vivo”
Nei Vangeli troviamo tante pagine legate alla fame e al mangiare: Gesù moltiplica pani e pesci due volte, trasforma l’acqua in vino a Cana, ma soprattutto nei momenti conviviali apre il suo cuore alla confidenza, invita alla condivisione ma anche alla giustizia. Il culmine della sua rivelazione si ha quando immedesima la relazione di unità e di vita con il “mangiare la sua carne e bere il suo sangue” (Gv 6). Nel momento dell’addio è un banchetto pasquale che suggella una vita di intimità e confidenza (Gv 13-179). E anche dopo la risurrezione Gesù più volte sta a tavola con i suoi discepoli: e si rivela proprio in un contesto della cena amichevole come il risorto vincitore (Lc 24,30-35). Condividere il cibo, sedere insieme alla mensa, rivela la natura dei cristiani: una comunione di mensa e di cuori, di passione per il Vangelo e di accoglienza aperta alla condivisione.
Gesù a volte addirittura si presenta come cuoco (cf. l’episodio del pesce arrostito in riva al lago: Gv 21,9-14), sa che qualcuno lo definisce un “mangione e un beone” (Lc 7,34-35), sfida le convenienze andando a tavola con i peccatori (Lc 15,2), cerca la mensa degli amici (Gv 11,1; Lc 10,38-42) e perfino si autoinvita a casa di Zaccheo (Lc 19,1-10). Ma anche sollecita i discepoli ad assumersi la responsabilità di fronte alle folle affamate: “Date voi stessi da mangiare!” (Mc 6,37), invita perentorio. Sa organizzare la distribuzione in modo funzionale (a gruppetti di cinquanta e cento: Mc 6,39-40), ma anche invita ad evitare gli sprechi, facendo raccogliere i pezzi avanzati (Gv 6,12-13). Le sue parabole hanno spesso per scena il mangiare, l’affamato, il banchetto, la vita attorno alla tavola, i mendicanti, ecc. Soprattutto se ne intende di semine e di campi coltivati, di frutti e stagioni, di raccolti ed erbacce, di acqua che disseta e organizzazione del lavoro.

Globalizzare la solidarietà
Opportunamente Papa Francesco, nel bel messaggio per l’apertura dell’Expo, ha voluto essere la “voce di tanti poveri”, che con dignità cercano di guadagnarsi il pane col sudore della fronte. Ma ha anche chiesto di avere presenti “i volti di milioni di persone che oggi hanno fame, che oggi non mangeranno in modo degno di un essere umano”. La speranza del Papa è che questa esperienza mondiale non sia solo una grande affare economico, ma insegni a “globalizzare la solidarietà” e insieme spinga tutti a “smettere finalmente di abusare del giardino che Dio ci ha affidato, perché tutti possano mangiare dei frutti di questo giardino”.


ALLE SORGENTI DEL CARISMA

La medicina erboristica
praticata da Giovanna Antida Thouret


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A Besançon
In un testo, intitolato Memoria di Pure Verità, scritto durante il suo ultimo anno di vita, Giovanna Antida rievoco la fondazione del suo Istituto, il 11 aprile 1799 ed il servizio delle prime Suore della carità.
Abbiamo ritenuto alcuni brani del suo racconto che sono in sintonia col tema di questo numero:
“Entrammo nel nuovo appartamento gli ultimi giorni del mese di ottobre dello stesso anno (1799).
Vi stabilimmo la scuola, una farmacia ed una pentola per il brodo dei malati poveri a domicilio; venivano a ricevere il brodo ed una porzione di carne nei giorni e nelle ore stabiliti”.
“Insegnai alle mie figlie a distinguere le diverse droghe medicinali ed a prepararle. Mi recavo a visitare gli ammalati poveri a domicilio; conducevo con me a vicenda le mie figlie”…
“Nelle stagioni di primavera e di autunno mi recavo con le mie figlie nei giardini e nelle campagne ad erborizzare ed a far loro conoscere le diverse piante ed i fiori medicinali, le loro proprietà ed a preparare distillati”.
“Il buon Dio mi aveva elargito un’autentica vocazione, molta tenerezza verso i malati, il desiderio e la buona volontà di consolarli: questo per l’unico motivo ed in vista di Dio; coglievo tutte le occasioni per conoscere quanto li avrebbe alleviati, dopo aver appreso i rimedi nella mia numerosa famiglia: i medici vi erano chiamati sovente e mi dispensavano delle cognizioni così come la mia devota madrina, che preparava rimedi per le persone poco agiate”.
“Quando mi trovavo a Besançon, attendendo da sola alla scuola, trascorrevo la notte presso una devota signora, che possedeva una farmacia. Approfittavo di quella circostanza per approfondire le mie nozioni sulle droghe, sulla tecnica di preparazione e sul procedimento delle distillazioni. Quando fondammo la nostra farmacia, pregai quella signora di vendermi alcuni rimedi per rifornirla e per distribuirli gratuitamente ai malati poveri”.

A Napoli
Più di due anni dopo il suo arrivo a Napoli, in una lettera inviata il 31 gennaio 1813, al Ministro degli Interni del Regno di Napoli, Giovanna Antida evoca le attività delle suore. Ci fermiamo al servizio dei malati:
“… Giunte presso gli ammalati e sforzateci di conquistarne la fiducia con modi rispettosi e ricchi di dolcezza e bontà, ci informeremo dei bisogni e della malattia per porvi rimedio secondo le nostre possibilità.… consulteremo i medici sulla dieta da seguire secondo il bisogno; prepareremo e daremo g1i alimenti opportuni; quando saranno nella condizione di prendere cibi solidi, ne prepareremo e distribuiremo: ora sarà una minestra preparata in un certo modo, ora la zuppa in un altro; somministreremo pane, carne, vino, frutta e qualche dolce; all’occorrenza, forniremo il combustibile; faremo a loro il letto e riassetteremo la camera, quando nessuno potrà occuparsi di loro e per quanto ci sarà, possibile; se saremo impedite, pagheremo perché si possa provvedere…”
Nel convento Regina Coeli, vicino all’ospedale degli Incurabili dove le suore hanno cominciato il loro servizio da loro arrivo nel 1810, Jeanne-Antide stabilisce una farmacia.
“Siamo a Napoli, nella realtà scientifica del settecento, caratterizzata dal tempio barocco della limitrofa farmacia degli Incurabili. Valenti medici, valenti speziali inseguono prestigiose cure per la sifilide (Guaiaco, Sarsaparilla). Costosissime cure per un grave problema di quei secoli, molto lontano, però, da una medicina sociale.
L’arrivo a Napoli della dinamica Suor Giovanna Antida Thouret… crea una netta distinzione tra lo speziale del settecento, dedito alla continua ricerca della droga risolutiva, e il dinamico farmacista dell’ottocento, che nella “vis sanatrix naturae” ritrova il rimedio dalla natura stessa. Saranno infatti le piante del convento: l’Arancio, la Melissa, l’Assenzio, l’Anice, la Camomilla, la Malva, la Salvia, l’Arnica, la Viola, la Parietaria, il Papavero a consentire l’intensa attività socio-sanitaria esplicata da Suor Giovanna Antida.
Il Convento, il quartiere poverissimo e lo stesso attiguo ospedale degli Incurabili, si avvantaggeranno delle virtù dei “semplici” raccolti nell’ampio giardino del convento essiccati con cura sotto i freschi portici del camminamento, magistralmente trasformati in calde pozioni, acque medicate, alcolati, polveri, essenze, estratti.
Il lavoro di trasformazione si compie in una piccola officina-laboratorio con fornace a legna dove troneggia, fin dalle origini, un distillatore di puro rame. Al primo stiglio-porta (di fronte) di semplice stile impero in noce massiccio, segue, nel tempo, una parete armadio (a destra) con cassetti, armadio dei veleni e mensolette per “la piccola spedizione”.
Al “dosare con prese” segue il bilancino che spicca sull’ampio bancone centrale.
Nasce la Chimica farmaceutica, ma le erbe negli ampi cassetti, troneggiano ancora; si affiancano “le sostanze” in barattoli, in flaconi, amorevolmente etichettati e divisi per forma e funzione… Per l’epoca era una farmacia moderna”.


CAMMINI DELLA MISSIONE

LAOS - Il riso: un alimento, un simbolo

di: sr Malaythong Xayasith
     malaythong31@gmail.com

 
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Il Laos è un paese senza sbocchi sul mare, circondato da Vietnam, Tailandia, Cina, Birmania e Cambogia. È un paese plurietnico, la sua popolazione è come un mosaico composto da circa 47 etnie di differenti tradizioni e costumi, divise in tre principali gruppi. Le etnie dominanti: i Lao Loum, ossia abitanti delle terre basse costituiscono i due terzi della popolazione; le etnie di minoranza: i Lao Soung, abitualmente chiamati Hmong, abitano le montagne, mentre i Lao Thoeng o Lao Kang abitano gli altopiani. La religione è fortemente impregnata dalle antiche credenze e pratiche del phii: culto degli spiriti guardiani, ufficialmente vietato. Tuttavia il Buddismo è la religione nazionale con il 65% di fedeli, gli animisti sono il 33%, c’è anche una piccola minoranza di cristiani, circa il 2%, di cui i cattolici sono lo 0,7%, e l’ 1% è costituito da musulmani che sono in maggioranza commercianti.
Il riso è un elemento importante per la popolazione laoziana, costituisce la base dell’alimentazione nazionale. Colazione, pranzo e cena sono sempre a base di riso che non deve mai mancare. Si cucinano anche altri alimenti, alcuni anche importati da altri paesi, ma il riso resta il piatto preferito dai laoziani. Esso non è solo un alimento importante, è anche simbolo di fertilità e di ricchezza, per cui chi ha il riso ha tutto, perciò i laoziani hanno un atteggiamento di rispetto e riconoscenza verso il riso. Il riso fa pure parte della tradizione religiosa, ogni mattino le donne buddiste cucinano il riso da offrire ai monaci mendicanti.
In Laos, la maggior parte del territorio è destinata ad uso agricolo e l’80% della popolazione è attivo nel settore agricolo, particolarmente diffusa è la coltivazione del riso. Il sistema è tradizionale, basato sulle conoscenze trasmesse di generazione in generazione e sul ciclo delle stagioni, l’uso di fertilizzanti e pesticidi chimici non è molto diffuso. L’uso di metodi tradizionali ha il vantaggio di prendersi cura della natura, rispettandola, nutrendola e proteggendola; in un reciproco dono di vita fra suolo e umanità. La gente ha compreso che i prodotti chimici danneggiano la terra, avvelenando pesci, rane, ecc., che vivono nelle risaie lasciando prolificare altri animali che distruggono il riso e le erbe selvatiche. Per questo i contadini preferiscono la coltivazione tradizionale, ma sono aperti a una ricerca mirata per individuare sistemi alternativi che consentano una coltivazione sostenibile e accessibile a tutti. Sebbene il sistema tradizionale sia valido, può succedere che il raccolto sia scarso a causa di siccità o inondazioni.
Coltivare il riso è un lavoro duro e lungo, si comincia con la preparazione del terreno, poi si pianta il riso, se ne cura la crescita, quindi si miete e lo si raccoglie nei granai. Anche se coltivare il riso è faticoso, i laoziani hanno un forte senso del lavoro e della solidarietà. I contadini si aiutano a vicenda nella coltivazione e nella mietitura perché tutti finiscano in tempo. Il lavoro diventa così occasione per vivere la fraternità, la condivisione, condividendo la fatica e la gioia, e vivendo la solidarietà che contrasta la cultura dell’indifferenza e dell’egoismo, mostrando un nuovo stile di vita di cui la società oggi ha bisogno.
Poiché in Laos vivono diverse etnie, anche il modo di cucinare il riso dipende dalle usanze tipiche di ogni gruppo, con ricette particolari legate alle proprie specificità culturali e alle festività annuali. La maggior parte dei laoziani mangia il riso cotto al vapore, dopo averlo lasciato a bagno per circa un’ora. Il riso non è solo la pietanza fondamentale di ogni pasto, è anche l’ingrediente principale di dolci, pasta di riso, e perfino nella produzione di alcol e birra.
La coltura del riso è una ricchezza per i laoziani perché influenza il modo in cui facciamo uso delle cose, il modo di lavorare, di esprimersi, di praticare la religione e di coltivare il gusto del bello. Coltivare il riso è faticoso e chiede costanza, ma c’è molta soddisfazione nel raccogliere frutti, allora i coltivatori gioiscono come nel salmo 126 che dice: “nell’andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni”.


ARGENTINA: La missione di educare in Colon

di: sr Raquel Fessia e comunità di Colon, sdc

 
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“Coltivare e avere cura, verbi che ci impegnano con la vita”
Con questo slogan abbiamo vissuto la prima giornata di formazione e spiritualità con il personale docente del Collegio Santa Marta in Colon, giornata coordinata e animata da sr Daniela Contini, membro della nostra comunità dallo scorso novembre.

Abbiamo condiviso tutta la mattinata con molta intensità e profondità: il Soffio di Dio Creatore sulla nostra argilla si è dimostrato potente, così come esprime il messaggio di ringraziamento di una docente non appena concluso l’incontro: “Grazie per questo spazio, per l’incontro di oggi. Ho l’anima e il cuore “pieni”. È stato molto emozionante. Un abbraccio a tutte le suore…”
La giornata è iniziata con molta pioggia ma, nonostante questo, poco a poco sono arrivati i docenti e le maestre, qualcuno inzuppato, però con il volto e il cuore pieni di aspettative, con il proprio recipiente contenente una manciata di terra del cortile della propria casa e l’occorrente per il mate… (così era scritto nell’invito che ognuno aveva ricevuto personalmente).
Li riceveva un ambiente preparato per l’occasione: un poncho steso, con recipienti di diverse forme di terracotta, e in quello più grande, un po’ di terra e una candelina… due piccole sedie, legna per il fuoco, mate… tutto preparato per sederci e condividere la vita e la fede.
Abbiamo iniziato con la preghiera del Salmo 103; poi, ognuno ha preso la manciata di terra tra le mani e si è lasciato condurre dalla riflessione, a ripercorrere la propria esistenza…
Quando si è proclamata la lettura del testo del Genesi: “… il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”, … si é creato un momento di profondo silenzio e poi, una sorella ha acceso la piccola luce in mezzo alla terra… questa luce, così piccola, ma luminosa e persistente, ci ha accompagnato tutta la mattinata… segno tangibile del Soffio che ci abita e ci dà vita…
Al termine di questo momento di preghiera e riflessione, si è lasciato tempo per un lavoro personale con la consegna di dare uno sguardo “con cariño” alla terra della propria vita e lasciarci incontrare da Dio che rivolge a ciascuno la domanda DOVE SEI? DOVE TI TROVI?

In un secondo momento, avanzando nella riflessione, suor Daniela ci ha portato piano piano al testo della Genesi in cui Dio formula la seconda domanda all’umanità (nella
persona di Caino): DOV’È TUO FRATELLO?

In un terzo momento, dopo una breve pausa, abbiamo realizzato un lavoro di gruppo (livello iniziale, elementari e superiori). La consegna era: elaborare un decalogo di ciò che ci impegniamo a coltivare ed avere cura tra gruppi di docenti, maestri e alunni nell’istituzione, decalogo che é stato condiviso in una plenaria.
Abbiamo concluso la mattinata con una celebrazione molto emozionante.
Anzitutto abbiamo preso coscienza di come Dio ha condotto gli avvenimenti secondo il Suo Cuore. Infatti ha disposto anche la data di questo incontro: in un primo momento era programmato per il 22 marzo, poi per il 28 e infine si è potuto realizzare l’11 aprile. Sì, proprio l’11 aprile: un giorno molto significativo per la Congregazione delle Suore della Carità… e ad un anno esatto dalla firma del Decreto di Fusione!!!

E qui ci ritroviamo, a distanza di un anno da questo passo di Dio nella nostra storia; passo che, seppur fatto per dare e generare più vita, per noi suore di Santa Marta, é stato indubbiamente anche un passo carico di lacrime!
A un anno esatto stavamo rinnovando il nostro impegno di coltivare e avere cura di questa opera tanto amata che è il Collegio Santa Marta che quest’anno compie 95 anni di presenza e servizio nella città di Colon… e lo stavamo facendo a 216 anni dall’inizio dell’opera che Santa Giovanna Antida aveva iniziato un “11 di aprile”, con la sola fiducia “… in DIO SOLO…” e per SERVIRE AMANDO e MANIFESTANDO L’AMORE DEL PADRE…” nelle e con piccole cose: la prima scuola con pochi bambini, una pentola con del brodo caldo… Oggi, quell’opera di amore è presente in moltissimi paesi del mondo e anche questo Collegio, oggi, è parte di quella storia!

Presenti qui oggi: suor Noemi, suor Rosa, suor Daniela e una quarantina di docenti di questa istituzione. Come segno visibile dell’impegno di coltivare e avere cura della vita che Dio ci affida, abbiamo piantato una rosa e, nel fondo della buca preparata per accoglierla, ciascuno ha posto la manciata della “sua terra”, quella che ha portato dalla propria casa… i rappresentanti di ognuno dei tre livelli hanno piantato la rosa mentre tutti attorno cantavamo: “IN TUTTO, AMARE E SERVIRE PER LA GLORIA DI DIO”.


EVENTI DELLA CONGREGAZIONE

1° Luglio-27 Luglio 2015:
20° Capitolo Generale della Congregazione
delle Suore della Carità

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Nel numero precedente della nostra rivista, abbiamo diviso con voi le prime notizie.
Anche sul sito della Congregazione, avete potuto leggere alcune notizie dei Capitoli provinciali e delle Assemblee di preparazione ed avete potuto riconoscere alcune foto.

Il Logo giunto illustre il tema evangelico che ha accompagnato tutta la riflessione preliminare: l’esperienza dei discepoli di Emmaüs che, sulla strada, sono raggiunti dal Signore risorto che spiega loro le Scritture e dividi loro il Pane. E partirono all’istante a Gerusalemme annunciare la Bella Notizia!

Un documento di Base importante per il suo contenuto ha permesso a tutte le suore capitolari ma anche a tutte le Suore della Congregazione di prendere conoscenza dell’abbondante mietitura riunita durante i Capitoli ed Assemblee di preparazione e di situare l’Evento-Capitolo nel contesto della vita della Chiesa e del mondo attuale.

Il Capitolo si situa in un Anno delle Memorie ci dice il Documento-Base:

- Memoria dei 50 anni del Concilio Vaticano II… La Congregazione è figlia di quel Concilio: tutto quello che, nel corso degli ultimi cinque decenni, ha deciso ed ha realizzato, tutto quello che ha detto ed ha fatto, è stato, cioè, la sua maniera di vivere il Concilio.

- L’anno della Vita Consacrata: Il Capitolo che celebriamo è anche il nostro modo più alto di vivere l’anno della vita consacrata. Una celebrazione che Papa Francesco ha fortemente voluto, in concomitanza con altre due memorie celebrative: i “50 anni” della «Lumen gentium» (LG), la Costituzione sulla Chiesa, che nel suo VI capitolo tratta dei Religiosi; ed i “50 anni” del «Perfectae caritatis» (PC), il Decreto sul rinnovamento della Vita religiosa. … Da qui, l’appello a divenire, oggi, una “nuova generazione” di donne e di uomini, radicalmente donati al Vangelo.

- Evangelii Gaudium: il Capitolo si situa altrettanto nell’humus spirituale dell’“Evangelii gaudium”, l’esortazione apostolica che Papa Francesco ha pubblicato nel primo anno del suo pontificato, in occasione della chiusura dell’anno della fede.

- I 250 anni della nascita di Sainte Jeanne-Antide
250 anni fa a Sancey nasceva Giovanna Antida e con lei spuntava anche il seme di un carisma…
Da piccolo seme, generazione dopo generazione, esso è divenuto un grande albero. Quante potature nel tempo! Quante nuove gemme! … Noi siamo figlie di quella nascita e il Capitolo ne farà memoria.

“Celebreremo l’evento-Capitolo, tenendo bene a cuore il contesto in cui esso accade, che, nel Documento, è messo in rilievo.
E Papa Francesco ci ha già anticipato anche il contesto del post-Capitolo: che sarà il giubileo della misericordia!
Ci guidi Maria! E con lei, le nostre sorelle che ci hanno preceduto nella fede e che ora, con lei, celebrano il permanente Capitolo della Misericordia del Padre!”
(Dalla lettera di Suor Nunzia de Gori, Superiora generale – 5 maggio 2015).
Il Sito della Congregazione (www.suoredellacarita.org) ci aiuterà a seguire il Capitolo, giorno dopo giorno.


 
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